Nonostante le importanti variabili geo-politiche ed economiche, le cui conseguenze hanno già avuto modo di influire sull’andamento dell’economia europea e mondiale, l'Annuario ICE Istat 2016 indica che le esportazioni delle PMI italiane sono in crescita.

La pubblicazione offre uno sguardo d’insieme delle dinamiche del commercio internazionale dell’anno concluso e del posizionamento dell’Italia. Il quadro viene influenzato dagli effetti del calo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni relative alle relazioni con la Russia (il cui embrago è stato prolungato fino al 31 dicembre 2017 n.d.r.), dalla sospensione delle sanzioni per quanto riguarda l’Iran, dall’inaspettato esito del referendum sulla Brexit, le cui conseguenze saranno maggiormente percepibili nel lungo periodo, nonché dall’incognita dei trattati commerciali internazionali. Il CETA, che sembrava ormai concluso, si ritrova ora sospeso in attesa dell’approvazione di tutti i Parlamenti nazionali degli Stati Membri, e di conseguenza il TTIP, già di suo oggetto di critiche e opposizioni.

Le stime per il 2016 sono fondamentalmente al ribasso, con una crescita molto debole, tendenza confermata dal Fondo Monetario Internazionale. Secondo le statistiche ICE-Istat, nel 2015 l’economia mondiale, che mostrava una timida ripresa, ha subito un rallentamento, soprattutto nel secondo semestre e con riguardo a quelle economie emergenti che fino ad un paio di anni fa avevano rappresentato il motore dell’economia mondiale.
L’andamento del PIL nel 2015, infatti, mostra tassi differenziati a seconda delle aree geografiche, con un rallentamento nei Paesi emergenti (soprattutto Cina e Brasile, seguiti dalla Russia, e con l’eccezione dell’India che invece continua a crescere ad un ritmo sostenuto) non compensato dal miglioramento nei Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti e in parte dall’Unione Europea. Qui infatti, Germania, Francia e Italia presentano una crescita modesta come in Spagna che ha però una maggiore dinamicità.
Un elemento che senza dubbio pesa negativamente sugli scambi commerciali è il passaggio doganale, tuttora ostacolato - anche se in misura minore rispetto al passato - da barriere tariffarie e non tariffarie. E’ vero che l’applicazione dei dazi è sensibilmente diminuita, tuttavia permangono differenze tra aree geografiche e per tipologia di prodotti che producono pesanti effetti distorsivi. A questo proposito, un importante contributo alla riduzione dei dazi potrebbe venire dai negoziati commerciali, che andrebbero rivitalizzati e che, invece, proprio recentemente vedono frapporre inaspettati ostacoli alla loro approvazione.
Anche il costo del trasporto incide sugli scambi, la prossimità geografica può in questo senso rappresentare un vantaggio: analizzando una mappa geografica delle esportazioni italiane, emerge come le quote di mercato siano più alte della media nell’Unione Europea, anche per l’assenza di barriere doganali, nei Balcani e in Nord Africa.
Sul posizionamento dell’Italia, il rapporto conferma che nel 2015 si può evidenziare l’avvio di una fase di ripresa seppur debole e incerta, che dovrebbe consentire una sensibile riduzione del divario con gli altri Paesi dell’area Euro. Ciò è dovuto alla ripresa della domanda interna di beni e servizi, soprattutto di prodotti energetici, che però, complice il forte calo dei prezzi di tali prodotti nonché l’accelerazione delle esportazioni in generale, ha ampliato il surplus della bilancia dei pagamenti dell’Italia. Pari al 2,2% del PIL, il surplus è frutto della crescita delle nostre esportazioni in particolare verso Stati Uniti, Medio Oriente, Africa settentrionale e Asia centrale. In frenata, invece, le esportazioni verso la Cina e l’Unione Europea nel suo complesso. Il saldo relativo all’industria manifatturiera per la prima volta in quattro anni ha registrato una riduzione, dovuta alla crescita delle importazioni sostenuta dalla ripresa della produzione. A livello settoriale, le prestazioni migliori si sono registrate nella farmaceutica, che ha recuperato posizioni di mercato sia nell’area euro sia nel resto del mondo, mentre altri settori come gli autoveicoli, i prodotti chimici e quelli alimentari, a fronte di una performance positiva nell’area euro, hanno perso quote di mercato nel resto del mondo.

Interessante per la piccola e media industria è il dato che indica nel 2015 un aumentato del numero delle imprese italiane esportatrici, soprattutto di piccola dimensione, superando quota 214.000, sia il valore medio delle esportazioni per impresa, anche se risulta essere ancora la metà di quello dei nostri più vicini competitor Francia, Germania, Spagna. Tra le imprese esportatrici, un ruolo sempre più importante appare assumere quello degli intermediari commerciali, che rappresentano il 40% delle imprese esportatrici ma per un valore pari solo al 14%, essendo caratterizzati da dimensioni molto piccole. Le grandi imprese esportatrici, che rappresentano il 50% del nostro export, si confermano ancora in numero molto esiguo.
Gli investimenti a livello mondiale hanno registrato una controtendenza rispetto agli anni precedenti: sono aumentati i flussi in entrata di investimenti diretti esteri (IDE), grazie ad un aumento di fusioni e acquisizioni nelle economie sviluppate, con gli Stati Uniti quale principale destinatario, seguiti da Hong Kong e Cina, Irlanda e Paesi Bassi, mentre l’Italia si assesta solo al 18° posto.

 

FONTE: L’Italia nell’economia internazionale – Rapporto ICE Istat 2016

 

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