In Veneto persi 44.500 posti di lavoro dipendente nel 2020; soddisfacente ripresa nel terzo trimestre.

 

Dal Rapporto Statistico 2020 redatto dalla Regione Veneto l'effetto della pandemia nei primi nove mesi dell'anno entro i confini regionali ha comportato una riduzione pari a -44.500 posizioni di lavoro dipendente rispetto a quanto accaduto nell'analogo periodo dell'anno precedente.

Tale caduta si è inevitabilmente concentrata nei primi due trimestri e solo modestamente compensata nel corso dell'ultimo che si è concluso con un saldo positivo netto di 1.000 unità e con un miglior bilancio rispetto al terzo trimestre del 2019 (che aveva registrato un saldo netto di -16.500) di oltre 17.000 unità.

È un risultato frutto della forte contrazione delle assunzioni che si è poi ripercossa ovviamente anche sulle cessazioni, soprattutto dei contratti a tempo determinato venuti a mancare in maniera prevalente nei settori legati al turismo. Rispetto al 2019 le assunzioni nel secondo trimestre dell'anno si erano ridotte del -47%, mentre nel terzo hanno portato tale divario al -9% (anche se con un nuovo allargamento del differenziale nel corso del mese di settembre).

Gli effetti della pandemia, con la riduzione della mobilità sia nazionale che soprattutto internazionale, sono stati particolarmente pesanti per il settore turistico che chiude i primi nove mesi con un bilancio negativo di -3.600 posizioni lavorative (ma -16.300 rispetto all'anno precedente). Il commercio al dettaglio segue con -1.200 posizioni.

Nello specifico, per l’Italia, le previsioni su base annua dell’Istat vedono una caduta del -9,2%; relativamente al Veneto quelle di Prometeia di luglio fissano la dinamica in flessione del -10,6% (rispetto ad un dato nazionale del -10,1%) in funzione del peso del settore turistico a livello regionale e della maggiore apertura internazionale del manifatturiero rispetto al complesso italiano.

Le misure assunte dal Governo specificatamente in materia di lavoro, prima fra tutte il blocco dei licenziamenti per motivo oggettivo e la parallela estensione della cassa integrazione a buona parte della platea di lavoratori dipendenti, costringono ad una estrema cautela nel valutare gli andamenti del mercato del lavoro.

Analizzando la dinamica del lavoro nelle aziende private, la pandemia ha investito il sistema economico regionale quando esso aveva recuperato e implementato i livelli occupazionali presenti prima della crisi innescata dalla bolla finanziaria del 2008. Se dall’estate del 2017 si era tornati ai livelli pre-crisi e se in quella del 2019 si erano toccati nuovi massimi occupazionali, la caduta avvenuta a partire dal marzo 2020 è stata sicuramente pesante.

Il saldo tra assunzioni e cessazioni nel terzo trimestre 2020 è stato pari a circa +1.000 unità mentre quello registrato nel corrispondente periodo 2019 risultava pari a -16.500: questa significativa differenza attesta il forte rallentamento delle assunzioni, soprattutto a tempo determinato, avvenuto nel corso del secondo trimestre dell’anno che genera per trascinamento una conseguente caduta del numero di chiusure degli stessi.

Nella dinamica del terzo trimestre le tre maggiori tipologie contrattuali (tempo determinato, indeterminato e apprendistato) hanno fatto registrare andamenti differenziati: i contratti a tempo indeterminato segnano un saldo negativo di -12.000, appena superiore a quello dell’anno precedente (con una flessione delle assunzioni del -27%), l’apprendistato ha un saldo appena positivo, ma migliore di quello del 2019 per +860 unità (con una flessione del -21% delle assunzioni), i contratti a termine (che includono anche i rapporti di lavoro stagionali) fanno registrare un saldo positivo di +13.300 unità a fronte di un saldo negativo del 2019 di -4.200 posizioni lavorative (con una riduzione delle assunzioni solo del -4%) segno del tentativo di recuperare la tardiva partenza della stagione turistica con un suo prolungamento.

Circa i settori merceologici, l’analisi settoriale evidenzia come le perdite rispetto ai primi nove mesi del 2019 siano concentrate soprattutto quindi nei servizi turistici (-16.300 posizioni di lavoro, il 37% della perdita complessiva), ma anche nel metalmeccanico (-5.000) e nella logistica (-4.600). Solo due settori, editoria-cultura e i servizi finanziari, ottengono un saldo occupazionale migliore nel 2020 rispetto al 2019.

Il flusso delle dichiarazioni di disponibilità (“did”) nei primi nove mesi dell’anno è diminuito del -11%, un risultato cumulato esito di più cause: il lockdown, l’effetto scoraggiamento sempre rilevabile nei periodi di crisi economica, le misure di salvaguardia dei posti di lavoro. Nei primi nove mesi si è passati da poco più di 100.000 “did” del 2019 a circa 90.000 dell’anno in corso, con un progressivo processo di normalizzazione che fa sì che i dati di settembre siano quasi sovrapponibili nei due anni (circa 13.000 dichiarazioni).

Il Presidente di Apindustria VeneziaMarco Zecchinel, commenta così la situazione contingente: “Appare ancora una volta evidente come la ripresa economica ed occupazionale post lockdown sia caparbiamente ancorata alla capacità di resistenza degli imprenditori. Il nostro territorio ha pesantemente avvertito il contraccolpo Covid-19 soprattutto al settore strategico del turismo, con tutto il suo indotto il quale, tutto sommato, ha saputo reggere rispetto alle aspettattive iniziali ben più negative, salvandosi in calcio d’angolo”. La nuova sfida per le nostre PMI ora è quella di saper coniugare la continuità lavorativa alla salvaguardia della salute dei lavoratori, evitando allarmismi ed eccessive preoccupazioni ma tenendo i piedi saldi a terra, monitorando la situazione epidemiologica circoscritta. Il lavoro, come il diritto alla salute, deve continuare ad essere costituzionalmente tutelato e noi lavoriamo quotidianamente per facilitarne lo svolgimento in piena sicurezza e responsabilità.”

 

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