Il maggior turnover è il risultato ottenuto sin qui dal Decreto Dignità, a causa della reintroduzione delle causali per i contratti a termine di durata superiore ai 12 mesi e l’aggravio contributivo dello 0,5% che scatta ad ogni rinnovo.

 

Il tanto discusso “Decreto Dignità” dell’estate 2018, con la reintroduzione delle causali per i contratti a termine di durata superiore ai 12 mesi e l’aggravio contributivo dello 0,5% che scatta ad ogni rinnovo (somministrazione inclusa), affiancato all’introduzione dell’addizionale fissa dell’1,4%, ha comportato un incremento del turn over.

Frenano i rinnovi dei contratti a termine; i datori di lavoro, allo scadere dei 12 mesi di contratto a termine dei loro dipendenti, infatti, preferiscono assumere un altro lavoratore, meno oneroso e non a rischio di contenziosi (per le causali).

Tra luglio 2018 e ottobre 2019 (ultimo dato disponibile), infatti, l’ISTAT evidenzia come i dipendenti a termine sono 56mila in più: si è passati da 3.062.000 a 3.118.000.

Nel contempo, il saldo tra assunzioni e cessazioni con contratti a termine registrato dall’Inps mette in luce il passaggio da un saldo netto positivo di 33.770 contratti a luglio 2018 ad una caduta a -20.133 di ottobre 2019.

Dando un occhio ai contratti a somministrazione, nello stesso arco temporale, il calo è certificato da un saldo positivo di 16.747 rapporti di lavoro ad uno negativo di -76.892.

 

Più precari e contratti flessibili


La stretta sui contratti a termine è stata compensata solo in parte dall’incremento dei contratti a tempo indeterminato e delle stabilizzazioni, considerato che il saldo netto complessivo tra nuovi contratti e cessazioni a ottobre 2019 è pari a -53.935 rapporti di lavoro, contro il +135.077 di luglio 2018.

In una congiuntura economica caratterizzata dalla stagnazione, con le prospettive ricche di incertezze e il portafoglio ordini in calo, molte imprese invece di stipulare contratti stabili hanno preferito optare per contratti flessibili.

Riassumendo, il risultato ottenuto è stato l’esatto opposto del proposito originario del legislatore, il quale mirava a contrastare la precarietà. Il decreto dignità, infatti, ha reso quindi maggiormente appetibili tipologie contrattuali meno costose per le imprese come i contratti stagionali, il lavoro intermittente e le partite Iva, meno tutelanti per i lavoratori.

 

Il Reddito di cittadinanza non garantisce maggiore occupazione
 

Degli oltre 2,3 milioni di beneficiari del Reddito di Cittadinanza, risultano solo 791.351 quelli considerati occupabili dall’INPS, tra questi gli assunti al 10 dicembre 2019 sono 28.763, pari al 3,6% del totale.

Una percentuale ancora marginale, anche se superiore al dato della Banca d’Italia, secondo cui nel 2018 tra chi ha trovato un’occupazione alle dipendenze nel privato solo il 2,1% è passato per i centri per l’impiego.

 

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